NOTTI CON LA FIAMMA OLIMPICA ALL'ARCO DELLA PACE
Parole sparse dalla "Terra di Mezzo"
Diario milanese di un febbraio particolare
10 febbraio 2026
Giorno 4
La fiamma olimpica accesa da Deborah Compagnoni e Alberto Tomba arde al centro dell'Arco della Pace, protetta da un contenitore di vetro e metallo posto al centro di un braciere che vuole ricordare il sole e richiama i "nodi" leonardeschi.
Un braciere uguale a quello che campeggia a Cortina, con la fiamma accesa dalla neo-medagliata Sofia Goggia.
Una marea di milanesi e ospiti della città si alterna in Piazza Sempione. Sono felici di vederla, salutarla, fotografarla, filmarla, dire "è proprio vero: i Giochi Olimpici sono qui", per poi distribuirsi nei locali delle vicinanze: la movida olimpica si fonde con quella ordinaria, per la gioia degli esercenti.
Dalle 17.00 alle 23.00 è previsto, ogni ora, un gioco di luci di quattro minuti circa: il disco che ospita la fiamma cambia colore al ritmo della musica di Roberto Cacciapaglia, in un crescendo spettacolare che ricorda molto l'Albero della vita di Expo 2015.
La scelta del luogo in cui campeggia la fiamma ispira sensazioni positive, in un periodo in cui le guerre portano morte e distruzione ai quattro angoli del pianeta, e gli echi bellicosi e bellicisti si moltiplicano in una sinfonia dissonante che, come un virus in espansione, sembra non volersi fermare.
Importante, quindi, che il fuoco della pace, elemento fondante dell'olimpismo, dimori proprio all'ombra di un monumento a essa dedicato.
Anche se – e questo è un paradosso – l'Arco era stato pensato, almeno inizialmente, per celebrare un'impresa militare. Più di preciso il trionfo di Napoleone Bonaparte a Jena.
I lavori – con la posa della prima pietra – iniziarono ufficialmente nel primo anniversario della battaglia: il nome originario dell'opera architettonica era “Arco della Vittoria”, con tanto di inclinazione verso Parigi e similitudini con il contemporaneo Arc de Triomphe, a cui – non per niente – il monumento di Piazza Sempione è allineato.
Tuttavia, l'astro del Bonaparte tramontò, per il sollievo dei milanesi, che del governo napoleonico non ne potevano proprio più (come testimoniano gli scritti davvero eloquenti di Carlo Porta). Effetto collaterale: l'edificazione del grande monumento si fermò nel 1814.
Tornarono gli austriaci, e dopo un po' di anni (era il 1826) la costruzione fu riavviata. Prima sotto la direzione dell'architetto Luigi Cagnola, che aveva già curato il progetto “francese”, poi - alla sua morte – con il coordinamento di Luigi Londonio. Gli austriaci cambiarono il nome dell'edificio, cancellando i riferimenti guerreschi e dedicando l'opera alla pace.
Nel 1837, anno che precedette l'inaugurazione, furono posti i cavalli bronzei che troviamo ancora oggi sul maestoso monumento.
E qui spunta una storia molto buffa. Perché inizialmente si prevedeva che i destrieri fossero rivolti verso l'attuale Corso Sempione, cioè verso la strada che conduceva a Parigi. Tuttavia, si decise di cambiarne completamente la direzione, verso il centro di Milano. Così, i cavalli finirono per mostrare alla Francia... le loro terga.
Se le guerre fossero combattute a suon di risate e barzellette, invece che con armi, vi immaginate che mondo sarebbe?
Mgm
Nella foto ©Maurizio Giuseppe Montagna, la fiamma olimpica all'Arco della Pace

