IL GIORNO DOPO
Parole sparse dalla "Terra di Mezzo"
Diario milanese di un febbraio particolare
23 febbraio 2026
Giorno +1
La fiamma olimpica si è spenta da meno di 24 ore e già Milano ha ripreso la sua vita normale. Certo, sono ancora presenti gli shop di materiale a cinque cerchi e le case degli sponsor (fino alla chiusura dei Giochi Paralimpici), e qualche spettatore internazionale non è ancora rientrato a casa.
Ma quella sensazione onirica tipica del periodo olimpico è ormai svanita. Tornerà (con una nuova fiamma) il 6 marzo, anche se Milano ospiterà soltanto l'hockey su ghiaccio, (19 eventi) e non saranno più attive molte attrazioni del "fuori Olimpiade". Lo spirito dei Giochi sarà comunque intatto, regalando alla città ambrosiana dieci giorni di emozioni paralimpiche.
Il confronto con Torino 2006
Intanto, i cittadini sembrano essersi rapidamente riabituati al solito tran tran. Davvero i milanesi sono stati indifferenti ai Giochi e immuni alla febbre olimpica, come ha affermato Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera? E ancora: davvero Torino, nel 2006, ha reagito in maniera più entusiastica rispetto alla Milano di 20 anni dopo?
Alla prima domanda non è facile rispondere. Da un lato l'affermazione sembrerebbe corretta, se esaminiamo lo scarso coinvolgimento di vari milanesi in quello che stava accadendo. Dall'altro, la risposta è "no", se si considerano le folle all'Arco della Pace per vedere la fiamma, o le persone incolonnate, anche per ore, nelle case degli sponsor.
C'è stato, è vero, più coinvolgimento nel "fuori Olimpiade" che nell'aspetto più segnatamente sportivo, che è poi il centro della kermesse a cinque cerchi.
Però il fenomeno si era verificato tale e quale a Torino 2006, dove la maggior parte degli abitanti aveva avvertito per un po' la malinconia olimpica pur non avendo speso un centesimo per assistere alle gare.
E' vero, a Torino può esserci stato più entusiasmo. Ma i motivi sono ben visibili. La capitale piemontese stava vivendo un periodo di passaggio, e i torinesi non erano troppo abituati a divertirsi, perché per molti anni i tempi di vita erano stati modellati sui ritmi della "fabbrica". I Giochi, il "fuori Olimpiadi", le premiazioni in piazza, i concerti, le notti bianche (e notti olimpiche) e via dicendo hanno rappresentato una novità dirompente, che hanno spinto i torinesi a scoprire una nuova dimensione. Che ha realmente cambiato la città.
I milanesi, invece, agli eventi sono abituati, Certo, un'Olimpiade non può essere vista né vissuta come "una delle tante manifestazioni": la sua unicità è chiara a tutti. Però, va da sé, quando le iniziative sono tante, si tende spesso a "normalizzare" anche gli avvenimenti top.
E' poi chiaro che i tempi sono cambiati. Il 2006 era un anno ancora improntato all'ottimismo; di lì a poco il mondo avrebbe subito forti trasformazioni, purtroppo in peggio.
Per chi ha assistito alle gare, pesano anche i prezzi, in buona parte lievitati con una progressione geometrica.
Infine, a livello di immagine, Torino ha vissuto l'avventura olimpica come unica città sede dei Giochi, mentre Milano ha dovuto condividerla, con distanze massime molto maggiori rispetto a quelle del 2006.
Dagli entusiasti agli indifferenti
Si è detto che la febbre olimpica ha colpito alcuni cittadini e non ne ha toccati altri. In altre parole, i milanesi si sono divisi in diversi cluster. A cominciare dal ristretto gruppo degli globetrotter olimpici: a loro non è parso vero di assistere ai Giochi senza neppure doversi spostare da casa.
Ci sono poi gli "entusiasti olimpici", quelli che, compatibilmente con il loro portafoglio, hanno cercato di andare ad assistere a partite di hockey, o gare di pattinaggio. Siamo convinti che, se i biglietti fossero stati un po' più bassi, anche i vuoti che campeggiavano spesso sugli spalti sarebbero stati colmati.
Terzo gruppo, gli aficionados del "fuori Olimpiade", che hanno vissuto i giochi come se fosse l'Expo, o il Salone del Mobile, o la Settimana della Moda. Magari senza vedere una gara, se non magari in televisione. Ma, chissà, trovandosi a camminare per la città riscoprendola sotto nuova veste, e ammirandone le tante bellezze in uno stato d'animo sognante e sorridente.
Tutti questi milanesi - quelli che abbiamo inserito nei tre gruppi di cui sopra - sono passati quasi di diritto nella categoria degli "orfani olimpici". E forse stanno sognando una candidatura di Milano ai Giochi estivi del 2040, insieme - perché no - a Torino, e magari anche a Genova. Guardando anche con un malcelato fastidio che si parli di reintrodurre l'opzione-Roma invece che dare una nuova chance a Milano.
C'è poi un quarto gruppo: quello dei "tifosi in poltrona". Cioè quelli che hanno seguito Milano Cortina 2026 esattamente come Vancouver 2010: in televisione. Come se le gare si fossero svolte a migliaia di chilometri di distanza.
A seguire, il gruppo "io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…": quelli che avrebbero voluto vedere qualcosa - gare o altri eventi - ma non ce l'hanno fatta. Infine, i curiosi, gli indifferenti (cioè quelli che hanno partecipato "passivamente", nel senso che sono passati per caso vicini a un evento o hanno interagito anche brevemente con spettatori di ogni parte del mondo), gli "impermeabili" (che senza incontrare tifosi canadesi, o senza passare davanti a Casa Slovacchia, non si sarebbero accorti che Milano stava ospitando i Giochi) e gli "ostili", che hanno mixato le proteste (giuste) per ciò che non è stato fatto a regola con un rifiuto anche delle tante belle emozioni che i Giochi hanno portato alla città.
Sicuramente, tuttavia, gran parte dei milanesi ha percepito di aver vissuto un momento di storia. Che ha ribadito, per 15 giorni, il ruolo di Milano come Terra di Mezzo.
Mgm
Nella foto, il Palazzo della Rinascente nei giorni olimpici

